Essere Giorgio Armani

Nonostante la mia vita sempre indaffarata di designer e architetto, anche io mi fermo ogni tanto a leggere dei bei libri, quelli che servono a dare un senso, a tracciare una strada, ad aprire uno squarcio. Ho terminato da poco la lettura di Essere Armani, la biografia dello stilista scritta da Renata Molho, e ti voglio raccontare a cosa mi è servito.

 

Premetto che non sono una grande fan delle biografie di più di 200 pagine, in certi casi le trovo macchinose e noiose. Mi piace molto di più leggere biografie brevi a mo’ di racconto, o sentire la voce dello stesso protagonista (stilista, designer, architetto) che racconta la sua storia, in modo molto avvincente.

Ho comprato questo libro in estate, alla Feltrinelli, perché mi ha colpito il suo titolo. Essenziale, pulito, semplice, ma pieno di significato. Essere Armani. Stop. Niente Giorgio, niente aggettivi qualificativi, niente moda, niente fronzoli. Mi è piaciuto nel suo minimalismo spicciolo.

Dietro poche parole c’è invece un grande personaggio.

Cose che ho imparato e che ti voglio raccontare.

Innanzitutto è interessante leggere un libro che non è un’autobiografia vera e propria. Giorgio Armani non ne potrebbe mai scrivere una di sé, è troppo schivo, introverso e geloso del suo aspetto privato. Questo libro è stato scritto come un romanzo da Renata Molho, un cervello alle sfilate, una pensatrice e scrittrice di moda di altissimo livello.

Cosa vuol dire? Significa che è importante farsi osservare e raccontare da chi ci sta intorno, da chi ci conosce e può vedere ciò che in noi rivela la nostra umanità, il nostro lato archeologico, quello emozionale. Significa che nel nostro correre quotidiano dobbiamo recuperare la nostra quarta dimensione, ovvero la nostra profondità, che nascondiamo e in un certo senso difendiamo con lo scudo che ci siamo costruiti attorno.

 

Ora ti dirò una cosa che ti farà rimanere a bocca aperta, lo giuro.

Prima però vorrei che mi facessi un favorino iscrivendoti alla newsletter di DoYouDesign. Basta poco, checcevò.

La notizia sensazionale, che ti farà sicuramente cambiare approccio mentale alle cose è questa: all’inizio della sua carriera, Giorgio Armani non c’entrava realmente nulla con il mondo della moda. Come è possibile? L’uomo che ha creato un impero di milioni di dollari sul fashion design e che attualmente è riconosciuto come il Dio/Guru/Gotha della moda italiana nel mondo non sapeva nemmeno cucire un bottone? Ebbene sì, è vero.

Armani veniva da una famiglia semplice, papà impiegato del fascio e mamma casalinga. Voleva fare l’attore, anche se era un sogno proibito, visti i tempi di guerra. A scuola non era particolarmente brillante, amava disegnare mentre i professori spiegavano. Fu rimandato varie volte. Era solo innatamente elegante, ed amava elargire consigli alle amiche sul modo di vestirsi e pettinarsi.

Per lui la moda fu destino e gioco fortuito di relazioni giuste.

La sua fortuna fu entrare a lavorare in Rinascente a Milano nel 1957, all’inizio come assistente vetrinista e poi come assistente ai compratori. Tutto quello che ha imparato nel mondo del fashion design lo deve a lui stesso, con una certa difficoltà.

 

Lavorò per 7 anni da Cerruti e, dopo questo periodo molto intenso e gratificante, decise di far carriera da solo. Non fu facile lasciare il posto fisso e camminare con le proprie gambe. Quasi nessuno lo fa.

Giorgio aveva però incontrato Sergio Galeotti, l’amico/amore della sua vita e solo grazie a questa figura molto carismatica ed intraprendente diede vita al sogno travolgente di Armani. Giorgio era il creativo e Sergio il manager, connubio perfetto per una coppia che funziona.

 

All’inizio fu davvero dura.

Armani e Galeotti non avevano tanti soldi, anzi, non ne avevano affatto. Disegnavano i pois sul tessuto con il pennarello e la loro segretaria faceva anche da amministratrice e mannequin, tanto non la pagavano mai. Sergio fu molto bravo a gestire i clienti: senza essere nessuno e senza saper parlare inglese si permisero di dire NO a clienti anche importanti, cosa che diede loro un grande senso di esclusività e fermezza.

 

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Giorgio Armani fu sempre poco convenzionale.

Una delle più grandi invenzioni di stile Armani fu la decostruzione dell’abito da uomo. La giacca diventò morbida ed cominciò ad esaltare la personalità di chi la indossava. Lo stile cominciò a creare un’identità, un mood. Il suo atteggiamento non assecondava mai le mode del momento, Giorgio aveva un’idea di uomo tutta sua. Per questo fu subito apprezzato da attori, artisti e architetti.

 

Armani rese perfette le cose semplici.

Il suo logo ne è l’emblema: fatto di lettere ritagliate da alcuni fogli di giornale, niente di più perfettamente banale. Giorgio portò linfa creativa in un momento di crisi, in una scena dominata dai francesi. Fino ad allora i quotidiani non avevano mai scritto di moda: con Armani si resero conto del vero valore della moda e cominciarono a farlo.

 

 

 

armani-adv

Da imprenditore di se stesso, Armani investì nella sua immagine.

Racconta la Molho che se guadagnava 1000, ne spendeva 500 di pubblicità sui magazine di settore. Si trasferì presto in un palazzo affrescato in puro stile italiano, scelta strategica per dare un’immagine di sé di gran lunga superiore a quella dei competitor dell’epoca.
Creò un evento inaugurale fuori dagli schemi, una rivoluzione: rivestì tutte le pareti color oro, fece preparare un buffet straordinario, con pouf e cuscini a tema. Per molto tempo la stampa parlò di quell’evento.
Fu il primo ad introdurre nella moda il concetto di velocità, con sfilate brevi e ben comunicate.
Violentò i tempi creando per la prima volta un nuovo modo di vendere, all’interno di uno showroom. Mentre tutti gli stilisti di grido andavano dai compratori, lui per la prima volta invitò i compratori ad entrare nel suo mondo, all’interno del suo showroom a Milano. Funzionò benissimo.

 

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Giorgio non ha fatto mai i complimenti a nessuno.

Non è una questione di modestia, semplicemente Armani considerava il lavoro fatto bene come l’unico possibile. Per questo molti lo hanno etichettato come uno con la “corazza”. In realtà ha sempre mantenuto un atteggiamento di difesa nei confronti del suo regno. Anche quando, ormai famosissimo, veniva invitato a cene di gala presso re, principi, divi di Hollywood, non ha mai rivelato ai quattro venti la sua vita privata, né strumentalizzato il suo potere mediatico.

 

La coerenza prima di tutto.

Le immagini pubblicitarie delle sue campagne erano sempre coerenti con la sua moda. A curarle, per oltre 20 anni, fu sua sorella Rosanna Armani che, rigorosamente su input di Giorgio, eseguiva alla lettera i suoi concept, sceglieva il fotografo adatto, seguiva con cura la produzione.

 

Armani Casa

Nacque nel 2000, spinto da un desiderio irrefrenabile di creare un’estetica per l’arredo fortemente disciplinata. Fu un’estensione logica del suo stile, attraverso la geometria, la matericità, la determinazione. Giorgio amava appropriarsi di ogni spazio che visitava, era uno che metteva oggetti dovunque, non gli piacevano le case troppo rigide o “finite”. Tra tutti i suoi spazi, quello che gli è sempre stato a cuore fu l’isola di Pantelleria, aspra, selvaggia, ma dolce allo stesso tempo. In puro stile mediterraneo.

 

Il lavoro come vita.

Quella di Giorgio sembrava (e sembra ancora) una rivalsa, un riscatto dalla condizione sociale di partenza, modesta e sofferta. Niente gli piaceva di più del lavoro, e di conseguenza, si concedeva continuamente questo piacere-schiavitù di non essere mai libero. Per lavorare rinunciava a stare con la gente, limitava gli affetti, pretendeva molto da lui stesso, e non si godeva quasi mai la vita. Era un impegno prima con se stesso e poi con gli altri. Giorgio Armani è cresciuto nella disciplina e nella rinuncia, e proprio queste sono state il suo punto di forza. Le poche vacanze che si è concesso sono state dopo il suo successo planetario: fino ad allora trascorreva solo qualche giorno a Santa Margherita.

 

Per essere come Giorgio ci vuole fatica e dedizione, cura e un pizzico di audacia. Non ci si improvvisa grandi se non si è disposti a lavorare duro. Non ci si improvvisa guru se non si ha una visione precisa e determinata del futuro della propria professione.

È questo che ho imparato e che ritengo importante.

 

 

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